Thursday, 19 June 2008
Friday, 13 June 2008
Monday, 19 May 2008
charlatans @ kentish town forum
cosi' dopo i sebadoh sono riuscito finalmente a godermi un concerto dei charlatans. pergiunta aggratis, che non fa mai male. no, non era gratis per tutti, ragazzi.
questa e' londra. a gratis riesci a vedere solo il cambio della guardia a buckingham palace.
allora: mettiamo subito le cose in chiaro. i charlatans spaccano il culo.
senza se e senza ma.
ne "ah" ne" bah".
sono davvero una delle ultime rock band vecchio stile. una di quelle band che ti godi anche se non conosci i pezzi, e anche quando non sono tanto ballabili. loro stanno sul palco come si deve. senza saltellare, senza strafare, ma senza arroganza, senza supponenza. sono una potenza e lo vedi ad ogni nota. una signora tipo margherita hack (senza scherzi) stava al mixer come mia nonna sta ai fornelli, e con la stessa maestria ha tirato fuori i migliori suoni live che abbia sentito da molto tempo. tutto e' stato perfetto, pubbico incluso. neanche a dirlo erano inglesi sbronzi sulla trentina. ma nessuno con la voglia di fare altro che godersi il concerto. e' cosi' e' stato. pezzo dopo pezzo. scaletta perfetta. pubblico cullato e pompato fino allo spasmo dei pezzi piu' storici e conosciuti, suonati come si deve. senza un naturale noia, comprensibile dopo quasi vent'anni di ripetizione. eh si perche' "the only one I know" ha cambiato per sempre la musica inglese nel lontano maggio del '90. ragazzi, nel 1990. roba da non credere.
tim burgess sembra non averne mai abbastanza dei suoi movimenti lenti e compassati. arringa la folla col movimento di una mano. il modo unico con cui tiene il palco e' del tipo "non me ne frega niente che siate qua, ma siamo ancora tutti qua, cazzo. tutti insieme, noi e voi. e ci becchiamo quest'orda melodica di suono".
fantastico. non mi aspettavo tanto da loro. al di sopra di ogni aspettativa. d'altra parte suonavano in casa. un concerto poco pubblicizzato, in un locale fuori dai grandi riflettori, che adesso sono tutti puntati su giovanotti i cui nomi si sciolgono nelle nostre memorie dopo pochi mesi.
piccolo trivia. il vostro beneamato quipresente, era stato invitato a prendere parte alle riprese del video dell'ultimo singolo "oh vanity" con la propria dolce meta'. a me ste cose non sono mai interessate, e sinceramente non ho il caschetto postbeatnik d'ordinanza. quindi ho deciso di non bigiare un giorno di lavoro. ma nel video, chi li ha visti dal vivo, potra' riconoscere gli hatcham social che ballano.
anche i charlatans hanno rilasciato l'ultimo disco in download gratuito su internet, lo trovate qui. scaricatelo, ne vale la pena.
allego i soliti video delle balle fatti col telefonino. mi dispiace per la qualta', ma d'altra parte, se volete sentire i pezzi, ascoltatevi il disco!
fantastico. non mi aspettavo tanto da loro. al di sopra di ogni aspettativa. d'altra parte suonavano in casa. un concerto poco pubblicizzato, in un locale fuori dai grandi riflettori, che adesso sono tutti puntati su giovanotti i cui nomi si sciolgono nelle nostre memorie dopo pochi mesi.
piccolo trivia. il vostro beneamato quipresente, era stato invitato a prendere parte alle riprese del video dell'ultimo singolo "oh vanity" con la propria dolce meta'. a me ste cose non sono mai interessate, e sinceramente non ho il caschetto postbeatnik d'ordinanza. quindi ho deciso di non bigiare un giorno di lavoro. ma nel video, chi li ha visti dal vivo, potra' riconoscere gli hatcham social che ballano.
anche i charlatans hanno rilasciato l'ultimo disco in download gratuito su internet, lo trovate qui. scaricatelo, ne vale la pena.
allego i soliti video delle balle fatti col telefonino. mi dispiace per la qualta', ma d'altra parte, se volete sentire i pezzi, ascoltatevi il disco!
Friday, 9 May 2008
persepolis
ho pensato che fosse il caso di andarlo a vedere con un mio amico/collega iraniano che mi preoccupa alquanto. per farla breve, e' estremamente a favore dell'attuale governo in iran, noncurante delle copiose pene di morte inflitte a gogo e racconta con innocente sorriso che sua zia e' scomparsa da ormai quasi venti anni. pare sia ancora dentro... ma tant'e'... e' un prezzo piu' che onesto da pagare.
insomma, lo invito a venire al cinema, sperando di aprire un piccolo dibattito dopo.
il film lo diverte, ma il commento e': "beh si, qualcuno la vede cosi', ma la protagonista arriva da una famiglia aristocratica, lo dice all'inizio. e' ovvio che non puo' parlare bene dell'attuale governo."
il suddetto ragazzo vive a londra da otto anni, sta con una ragazza svedese, e veste all'ultima moda indie.
ora, io mi domando e dico. ma se stare qui per tutti questi anni, cercare fisicamente di michiarsi con il nostor mondo, vivere con una ragazza svedese, e una testimonianza come quella di marjane satrapi non riescono ad aprire una porta, un dibattito. come ci si puo' riuscire? conosco altri iraniani e sono quasi tutti incazzati e determinati.
vorrei solo sapere quale' la vera maggioranza.
hanno una storia antichissima e non voglio credere che una rivoluzione islamica fatta vent'anni fa con fucili e munizioni "gentilmente offerte" da nazioni straniere possa davvero cancellare tutto nella mente di un popolo.
ho intenzione di approfondire l'argomento qui su questo blog. spero di riuscire a fare una piccola indagine degna di questo nome.
sebadoh @ koko
credo fosse l'ottobre del '96.
in tasca ventimila lire.
" 15 anni gia' " come dicevano i tre allegri ragazzi morti.
un mangiacassette rubato alla mamma macinava i pavement con un ronzio confortante e nessuna ragazza per la testa.
a scuola odiavo pressoche' tutti, poca sorpresa visto che andavo dai gesuiti, e quell'anno del liceo avrei poi dovuto vederlo due volte. poco male visto che il 1996 e' a tutt'ora l'anno piu' impressionante che mi sia capitato di vivere. e parlo di uscite discografiche.
davanti al cancello non rallento e tiro dritto. non capita tutti i giorni che mi madre mi molla in anticipo i soldi del pranzo per i prossimi 4 giorni, cosi' decido di capitalizzarli.
prendo il bus (55) e scendo in piazza castello. mio fratello mi ha detto che c'e' un negozio in centro che vende bella musica, senza specificare dove sia o come si chiami. io non chiedo di piu'. penso che tanto lo trovo.
cammino.
incappo in un negozio in via po. pieno di cazzatine punk, spille, scarpe e facce di imbecilli metallari alle pareti. varco la soglia e so che mi avrebbero trattato male, forse per via del nome del negozio, molto aggressivo e in tema: "video&music".
faccio il sostenuto e dall'alto del mio scassato paio di airwalk quelle vecchievecchie vado dritto dalla cassiera. una specie di bovino tipo fashion punk '77 "con la merda in faccia" (cfr. Vinz Vega).
le chiedo con l'aria di quello che va di fretta: "scusa, non ho tempo di guardare, mi dici cosa avete dei pavement?"
lei mi fredda: "prova sotto la P".
niente sotto la P, vado alla S per swervedriver, e trovo harmacy di questo gruppo col nome strano, sebadoh. amore a prima vista. mai una copertina e' stata cosi' onesta e aderente al contenuto. you get what you see, you see what you get.
taglio corto: compro il disco, una botta di soldi (diciottomilalire perche' era d'importazione... no comment). il disco lo ascolto ancora adesso, e spesso. soldi ben spesi.
fine della storia.
questo post da diventando davvero troppo lungo. i sebadoh sono in tour adesso. e' ovviamente una reunion per tirar su quattrini, ma ne vale la pena. si vede che sono ancora contenti di suonare e partecipi dei pezzi. portano in tour bubble & scrape, non il mio disco preferito, ma il piu' epocale della discografia. porta dentro tutti i concetti "post" che hanno reso gli anni novanta degni di memoria storica. postpunk, post rock, post folk.
i tre uomini sul palco si alternano a basso, chitarra e voce, e ognuno di questi sembra incarnare una di queste sfaccettature. io tra le altre cose sono notoriamente entusiasta post rocker, ma in questo caso la sfaccettatura che preferisco e' il post folk di lou barlow. e' l'unico che suona la chitarra acustica, e con un suono distorto da far tremare i muri. davvero, non credevo fosse possibile ottenere un suono del genere da una chitarra acustica.
pazzesco.
ecco i soliti videoclip del menga che riesco a fare con il cellulare.
Thursday, 8 May 2008
nine inch nails - the slip
e' incredibile come la comunicazione sia padrona delle nostre vite.i radiohead decidono di farci pagare quanto vogliamo per il loro disco e sono sulla bocca di tutti, i coldplay regalano un singolo per una ventina di giorni, e si aprono dibattiti sui giornali e ne senti parlare alla fermata della metro. i nine inch nails regalano l'intero disco, e nessuno se ne accorge.
ora.
non che io stia mettendo questi tre gruppi sullo stesso piano, diononvoglia. pero' i nine inch nails restano una band importante. the fragile nel bene o nel male e' stato un disco che ha fatto parlare di se' nel lontano 1999.
the slip e'uscito silenziosamente il 21 di aprile e nessuno sembra essersene accorto.
alla fine dei conti e' il tipico disco dei NIN, credo vada sotto la casella "industrial rock". i suoni che riescono a creare sono tra i piu' duri mai usciti da un disco "ascoltabile" e ognitanto risultano "troppo". nelle foto in studio imbracciano addirittura una kramer, e io quando vedo suddette chitarre mi devo per forza girare dall'altra parte.
ciononostante il disco continua a girare nella mia testa, e quando si avvicinano ad un buon vecchio stoner come in ecoplex le mie dita cercano il tasto "repeat".
comunque.
e' gratis.
scaricatelo.
qui.
ora.
non che io stia mettendo questi tre gruppi sullo stesso piano, diononvoglia. pero' i nine inch nails restano una band importante. the fragile nel bene o nel male e' stato un disco che ha fatto parlare di se' nel lontano 1999.
the slip e'uscito silenziosamente il 21 di aprile e nessuno sembra essersene accorto.
alla fine dei conti e' il tipico disco dei NIN, credo vada sotto la casella "industrial rock". i suoni che riescono a creare sono tra i piu' duri mai usciti da un disco "ascoltabile" e ognitanto risultano "troppo". nelle foto in studio imbracciano addirittura una kramer, e io quando vedo suddette chitarre mi devo per forza girare dall'altra parte.
ciononostante il disco continua a girare nella mia testa, e quando si avvicinano ad un buon vecchio stoner come in ecoplex le mie dita cercano il tasto "repeat".
comunque.
e' gratis.
scaricatelo.
qui.
Wednesday, 7 May 2008
andrew bird @ indigo2
solvay di andrew bird e' una delle mie canzoni preferite di sempre e su disco lui non mi ha mai deluso, percio' sono andato di buon cuore al concerto. il gruppo spalla era uno delle solite formazioni indie-naif-floreali descritte nel post sui frightened rabbit, con tanto di tastierista romantico/trasognata. anonimi, seppur nella loro venatura american folk.
il buon vecchio andrew si presenta sul palco da solo, con un gilet, un violino e una chitarra. sul ragionevolmente grande palco dell'indigo2 faceva una certa impressione. inizia a inanellare campionamenti col violino e a costruire melodie mattone su mattone. la sua voce impasta tutto ad arte e l'effetto e' struggente, profondissimo. di tanto in tanto lascia il violino e prende una 335 caldamente distorta e colora intimi folk.
ma allora perche' me ne sono andato mentre ancora stava suonando?
forse perche' tutto cio' non bastava a colmare il grande vuoto lasciato dall'assenza di tutti gli strumenti usati nei dischi, forse perche' i campionamenti raramente diventavano parte integrante dello svolgimento della canzone e dopo un'ora buona di concerto, questi problemi diventano piuttosto gravi. sono comunque contento di averlo visto dal vivo, e forse la prossima volta, con un'aspettativa piu' misurata, sapro' apprezzare di piu' il concerto. senza aspettare l'apertura in ogni pezzo.
il buon vecchio andrew si presenta sul palco da solo, con un gilet, un violino e una chitarra. sul ragionevolmente grande palco dell'indigo2 faceva una certa impressione. inizia a inanellare campionamenti col violino e a costruire melodie mattone su mattone. la sua voce impasta tutto ad arte e l'effetto e' struggente, profondissimo. di tanto in tanto lascia il violino e prende una 335 caldamente distorta e colora intimi folk.
ma allora perche' me ne sono andato mentre ancora stava suonando?
forse perche' tutto cio' non bastava a colmare il grande vuoto lasciato dall'assenza di tutti gli strumenti usati nei dischi, forse perche' i campionamenti raramente diventavano parte integrante dello svolgimento della canzone e dopo un'ora buona di concerto, questi problemi diventano piuttosto gravi. sono comunque contento di averlo visto dal vivo, e forse la prossima volta, con un'aspettativa piu' misurata, sapro' apprezzare di piu' il concerto. senza aspettare l'apertura in ogni pezzo.
Tuesday, 6 May 2008
Tuesday, 29 April 2008
frightened rabbit - the midnight organ fight
pare che queste band crescano spontaneamente tipo edera intorno a strumentiste piu' o meno titolate, che hanno il dovere di:
-vestire in maniera romantica e trasognata
-guardarsi in giro in maniera romantica e trasognata
-suonare strumenti poco importanti, oppure che vengono suonati poco (ma non per questo poco importanti)
-canticchiare di tanto in tanto, in maniera romantica e trasognata, e il piu' delle volte piuttosto bene.
queste band in generale mi garbano non poco.
bene.
gia' capisco che qualcosa non quadra quando non vedo nessuna "tipa" nella formazione.
mi aspettavo che i frightened rabbit fossero una di queste band, forse per il nome indie-naif-faunesc-trasognat-romantico.
invece mi risultano come una band che ha ripescato un po' le atmosfere morbido indie folk di primi anni novanta tipo counting crows, grant lee buffalo e altri gruppi che adesso sto associando in maniera arbitraria. dicevo, hanno ripescato quelle atmosfere e le hanno un po' ridipinte con colori che si portano di questi tempi. ma non ce n'era bisogno. mi viene voglia di citare bart che, mentre sua sorella spaventata inizia a pregare in chiesa, le dice "lisa, this is neither the time nor the place".
detto questo, anche se di tanto in tanto occhieggia un po' troppo ad un cheesy melodico amMMmericano... ammetto che questo disco non mi dispiace per niente.
-vestire in maniera romantica e trasognata
-guardarsi in giro in maniera romantica e trasognata
-suonare strumenti poco importanti, oppure che vengono suonati poco (ma non per questo poco importanti)
-canticchiare di tanto in tanto, in maniera romantica e trasognata, e il piu' delle volte piuttosto bene.
queste band in generale mi garbano non poco.
bene.
gia' capisco che qualcosa non quadra quando non vedo nessuna "tipa" nella formazione.
mi aspettavo che i frightened rabbit fossero una di queste band, forse per il nome indie-naif-faunesc-trasognat-romantico.
invece mi risultano come una band che ha ripescato un po' le atmosfere morbido indie folk di primi anni novanta tipo counting crows, grant lee buffalo e altri gruppi che adesso sto associando in maniera arbitraria. dicevo, hanno ripescato quelle atmosfere e le hanno un po' ridipinte con colori che si portano di questi tempi. ma non ce n'era bisogno. mi viene voglia di citare bart che, mentre sua sorella spaventata inizia a pregare in chiesa, le dice "lisa, this is neither the time nor the place".
detto questo, anche se di tanto in tanto occhieggia un po' troppo ad un cheesy melodico amMMmericano... ammetto che questo disco non mi dispiace per niente.
Thursday, 17 April 2008
Thursday, 3 April 2008
zeitgeist
io mi faccio delle domande.
continuo a cercare documentazioni da cui trarre risposte.
http://zeitgeistmovie.com/
continuo a cercare documentazioni da cui trarre risposte.
http://zeitgeistmovie.com/
Monday, 31 March 2008
eesti
sono stato in pochi posti come l'Estonia.
da un lato una natura piacevolmente selvatica e candidamente ostile, dall'altro gli sfregi di un'occupazione che ha lasciato segni di cemento sparsi a caso nella campagna e nello sprito della gente.
la situazione era di quelle che piacciono a me. quella unica e particolare di chi visita un paese straniero non da turista, gomito a gomito con abitanti di sperduti villaggi che accolgono senza timore nel cuore della propria esisitenza e dei proprio ritmi di vita.
mi trovo cosi' a volare su tallinn, a farmi tre ore di autobus pendolare verso sud, raggiungendo tartu, e da li' un'oretta di macchina fino ad alatskivi.
tallinn e' la capitale, 400.000 abitanti all'anagrafe e una stazione ferroviaria con 4 binari spesso deserti.
tartu e' la seconda citta' dell'estonia, 100.000 all'anagrafe.
alatskivi pare ne faccia mille. Ha una pompa di benzina -non un distributore, una pompa-, un negozietto piccolo come una tabaccheria per i generi di prima necessita' e un piccolo e sontuoso castello di fine '800.
sono quaranta minuti di macchina da Tartu, passando foreste, un lago completamente bianco, un numero sparso di casette di legno e lo sguardo di numerosi animali selvatici.
si entra in paese senza capirlo, non ci sono marciapiedi e l'asfalto e' martoriato dalle gomme chiodate. le casette sono ancora sparse in maniera sorprendente. mi aspettavo di trovarle vicine. non so perche'. mi aspettavo di trovarle una addosso all'altra, come un gruppo di marmotte addormentate in una notte di questo inverno. qui e' pieno di marmotte.
invece sono sparse.
mi viene da pensare che ognuno se ne sta per i fatti suoi, isolato, come nel mio perfetto immaginario: le popolazioni nordiche fredde e chiuse in loro stessi.
sicuro non sono mediterranei, ovvio, ma mi sorprendono molte persone intente ad andare da una casa all'altra, solchi nella neve collegano ogni abitazione. e tutte le distanze sembrano avere un senso, una ragione. tempo per pensare. i passi nella neve sono materializzazione della volonta' di vedere qualcuno faccia a faccia, di andare a comprare qualcosa nel negozietto senza tanti fronzoli.
scopro un orgoglio diverso negli occhi delle persone. un orgoglio che fa arrossire il mio. sembra cosi' vanesio a confronto. ci si guarda negli occhi qua. piu' alungo che in italia. lunghissimi secondi in piu' che in italia. e io non distolgo mai lo sguardo. non per sfida, ovvio, ma per curiosita'. fa parte della comunicazione. anche quando karin fa da interprete, io mi trovo a guardare queste persone dritte negli occhi, anche se e' chiaro ad entrambi che non ci stiamo capendo.
fuori dalla finestra ha ricominciato a cadere una neve che non spaventa nessuno.
tutto ha un equilibrio.
tutto tranne i casermoni di cemento.
alatskivi era una delle migliaia di colonie u.r.s.s.
gente da tutta l'estonia, e in realta' da tutta la russia veniva spedita baracca e burattini ad abitare in casermoni di cemento calati dal cielo in mezzo a queste casette di legno. tutti avevano un lavoro, tutti erano uguali. talmente uguali che non importava dove vivessero. essendo tutti uguali...
se qualcosa traspare chiaramente dall'immagine che ho davanti agli occhi mentre temporeggio solo nel viottolo tra i parcheggi, e' che tutto questo non ha fatto bene a nessuno.
-agli estoni, privati dalla lingua e capillarmente invasi per diffusione programmata. violenza pura.
-ai russi, mandati a migliaia di chilometri dalle loro case a vivere in scatole di cemento in mezzo al nulla. e la maggior parte di loro arrivava spesso da un altro paesello in mezzo al nulla se non al calore di familiari o che so io. e i russi sono ancora incazzati neri. dal 1991, si ostinano a parlare russo. non e' un buon segno, 17 anni dopo che l'estonia ha riconquistato la propria indipendenza.
-alla terra, colonizzata con rispetto per secoli e secoli da timide e funzionali casette costruite col legno cresciuto a pochi passi, e poi sfregiata da parallelepipedi di cemento. non uno. quindici.
la violenza del gesto e' chiara anche dentro gli appartamenti.
mi chiedo perche' persone dignitose, operose e ordinate come i genitori di Karin abitino in una casa pulita ma di tanto in tanto con fili a penzoloni dalle pareti.
saggio la parete con le nocche.
tutti i muri interni sono di cemento armato. come i piloni di un ponte. avete mai provato a piantare il chiodo per un quadro dove c'e' la colonna di cemento?
sapete di cosa parlo.
gli appartamenti sono tutti uguali, e cosi' devono restare. i muri non si spostano. e poco importa se piantarci un chiodo e' impresa impossibile.
la casa e' piena di quadri appesi.
alcuni cavi sono penzoloni. e cosi' resteranno.
certe cose, per quanto tu voglia dignitosamente lottarci contro, restano insanabili.
noto di nuovo il diverso orgoglio.
non e' di facciata, non e' una dignita' che passa i weekend a martellare 5 metri di cemento armato per incassare uno stupido cavo elettrico.
e' una dignita' che ha fatto comprare un appezzamento di terreno.
ed e' questo appezzamento di terreno che merita la mia unica foto del viaggio.
per ragguingerlo mi tocca l'ultimo trasferimento verso la profonda estonia. ancora 20 minuti di macchina dentro la foresta.
50 ettari in mezzo alla foresta. 5 piccole casette di legno scrostato. un laghetto e una sauna.
un campo di fragole.
uno di mirtilli.
uno di lamponi.
uno di more.
una cagna senza catena e senza cuccia fa teneramente la guardia a non si sa bene cosa.
si chiama lonni, e ha mille caldissimi anfratti per dormire.
in tutte le casette sono stati iniziati i lavori per metterle a posto, e sono stati bruscamente interrotti dalLa Malattia con cui sta lottando da piu' di un anno Urmas, il babbo di Karin.
buffo, dopo tutto quello che aveva passato per scampare il "volontariato" a cernobyl nell'86.
Martin, uno dei due fratelli di Karin, si sta mettendo a portare avanti i lavori fino a che il babbo non ce la fa. Margus, l'altro fratello, ha preso a cuore la foresta e i campi, e frequenta l'universita' forestale.
La mamma ha vinto tre premi per l'incredibile vino che riesce a produrre da quei frutti di bosco. Al terzo bicchiere 'alcool inizia a farsi sentire.
E intorno foreste e foreste. la strada sterrata si riaffaccia da sotto la neve e il cane ci si sdraia davanti aspettando una carezza sulla pancia.
Qualcuno mi prende la mano.
La donna dei miei sogni mi sorride.
Karin sembra la custode del segreto di quei passi nella neve, di quell'orgoglio e di tutto lo sconfinato candore di quella neve che non teme nessuno.
da un lato una natura piacevolmente selvatica e candidamente ostile, dall'altro gli sfregi di un'occupazione che ha lasciato segni di cemento sparsi a caso nella campagna e nello sprito della gente.
la situazione era di quelle che piacciono a me. quella unica e particolare di chi visita un paese straniero non da turista, gomito a gomito con abitanti di sperduti villaggi che accolgono senza timore nel cuore della propria esisitenza e dei proprio ritmi di vita.
mi trovo cosi' a volare su tallinn, a farmi tre ore di autobus pendolare verso sud, raggiungendo tartu, e da li' un'oretta di macchina fino ad alatskivi.
tallinn e' la capitale, 400.000 abitanti all'anagrafe e una stazione ferroviaria con 4 binari spesso deserti.
tartu e' la seconda citta' dell'estonia, 100.000 all'anagrafe.
alatskivi pare ne faccia mille. Ha una pompa di benzina -non un distributore, una pompa-, un negozietto piccolo come una tabaccheria per i generi di prima necessita' e un piccolo e sontuoso castello di fine '800.
sono quaranta minuti di macchina da Tartu, passando foreste, un lago completamente bianco, un numero sparso di casette di legno e lo sguardo di numerosi animali selvatici.
si entra in paese senza capirlo, non ci sono marciapiedi e l'asfalto e' martoriato dalle gomme chiodate. le casette sono ancora sparse in maniera sorprendente. mi aspettavo di trovarle vicine. non so perche'. mi aspettavo di trovarle una addosso all'altra, come un gruppo di marmotte addormentate in una notte di questo inverno. qui e' pieno di marmotte.
invece sono sparse.
mi viene da pensare che ognuno se ne sta per i fatti suoi, isolato, come nel mio perfetto immaginario: le popolazioni nordiche fredde e chiuse in loro stessi.
sicuro non sono mediterranei, ovvio, ma mi sorprendono molte persone intente ad andare da una casa all'altra, solchi nella neve collegano ogni abitazione. e tutte le distanze sembrano avere un senso, una ragione. tempo per pensare. i passi nella neve sono materializzazione della volonta' di vedere qualcuno faccia a faccia, di andare a comprare qualcosa nel negozietto senza tanti fronzoli.
scopro un orgoglio diverso negli occhi delle persone. un orgoglio che fa arrossire il mio. sembra cosi' vanesio a confronto. ci si guarda negli occhi qua. piu' alungo che in italia. lunghissimi secondi in piu' che in italia. e io non distolgo mai lo sguardo. non per sfida, ovvio, ma per curiosita'. fa parte della comunicazione. anche quando karin fa da interprete, io mi trovo a guardare queste persone dritte negli occhi, anche se e' chiaro ad entrambi che non ci stiamo capendo.
fuori dalla finestra ha ricominciato a cadere una neve che non spaventa nessuno.
tutto ha un equilibrio.
tutto tranne i casermoni di cemento.
alatskivi era una delle migliaia di colonie u.r.s.s.
gente da tutta l'estonia, e in realta' da tutta la russia veniva spedita baracca e burattini ad abitare in casermoni di cemento calati dal cielo in mezzo a queste casette di legno. tutti avevano un lavoro, tutti erano uguali. talmente uguali che non importava dove vivessero. essendo tutti uguali...
se qualcosa traspare chiaramente dall'immagine che ho davanti agli occhi mentre temporeggio solo nel viottolo tra i parcheggi, e' che tutto questo non ha fatto bene a nessuno.
-agli estoni, privati dalla lingua e capillarmente invasi per diffusione programmata. violenza pura.
-ai russi, mandati a migliaia di chilometri dalle loro case a vivere in scatole di cemento in mezzo al nulla. e la maggior parte di loro arrivava spesso da un altro paesello in mezzo al nulla se non al calore di familiari o che so io. e i russi sono ancora incazzati neri. dal 1991, si ostinano a parlare russo. non e' un buon segno, 17 anni dopo che l'estonia ha riconquistato la propria indipendenza.
-alla terra, colonizzata con rispetto per secoli e secoli da timide e funzionali casette costruite col legno cresciuto a pochi passi, e poi sfregiata da parallelepipedi di cemento. non uno. quindici.
la violenza del gesto e' chiara anche dentro gli appartamenti.
mi chiedo perche' persone dignitose, operose e ordinate come i genitori di Karin abitino in una casa pulita ma di tanto in tanto con fili a penzoloni dalle pareti.
saggio la parete con le nocche.
tutti i muri interni sono di cemento armato. come i piloni di un ponte. avete mai provato a piantare il chiodo per un quadro dove c'e' la colonna di cemento?
sapete di cosa parlo.
gli appartamenti sono tutti uguali, e cosi' devono restare. i muri non si spostano. e poco importa se piantarci un chiodo e' impresa impossibile.
la casa e' piena di quadri appesi.
alcuni cavi sono penzoloni. e cosi' resteranno.
certe cose, per quanto tu voglia dignitosamente lottarci contro, restano insanabili.
noto di nuovo il diverso orgoglio.
non e' di facciata, non e' una dignita' che passa i weekend a martellare 5 metri di cemento armato per incassare uno stupido cavo elettrico.
e' una dignita' che ha fatto comprare un appezzamento di terreno.
ed e' questo appezzamento di terreno che merita la mia unica foto del viaggio.
per ragguingerlo mi tocca l'ultimo trasferimento verso la profonda estonia. ancora 20 minuti di macchina dentro la foresta.
50 ettari in mezzo alla foresta. 5 piccole casette di legno scrostato. un laghetto e una sauna.
un campo di fragole.
uno di mirtilli.
uno di lamponi.
uno di more.
una cagna senza catena e senza cuccia fa teneramente la guardia a non si sa bene cosa.
si chiama lonni, e ha mille caldissimi anfratti per dormire.
in tutte le casette sono stati iniziati i lavori per metterle a posto, e sono stati bruscamente interrotti dalLa Malattia con cui sta lottando da piu' di un anno Urmas, il babbo di Karin.
buffo, dopo tutto quello che aveva passato per scampare il "volontariato" a cernobyl nell'86.
Martin, uno dei due fratelli di Karin, si sta mettendo a portare avanti i lavori fino a che il babbo non ce la fa. Margus, l'altro fratello, ha preso a cuore la foresta e i campi, e frequenta l'universita' forestale.
La mamma ha vinto tre premi per l'incredibile vino che riesce a produrre da quei frutti di bosco. Al terzo bicchiere 'alcool inizia a farsi sentire.
E intorno foreste e foreste. la strada sterrata si riaffaccia da sotto la neve e il cane ci si sdraia davanti aspettando una carezza sulla pancia.
Qualcuno mi prende la mano.
La donna dei miei sogni mi sorride.
Karin sembra la custode del segreto di quei passi nella neve, di quell'orgoglio e di tutto lo sconfinato candore di quella neve che non teme nessuno.
AMA project e manuele mandrile
manuele mandrile e' uno di quelli che mi sono sempre piaciuti.
qui posto un suo lavoro per l'universita'.
e' frutto di una collaborazione tra studenti e un professore per esplorare la fertile terra di nessuno tra arte, musica e architettura. il risultato e' stupendo, ed estremamente godibile.
partendo da un quadro di El lissitzky e un brano di Lutoslawski lui ha sviluppato un progetto di cui, se vorra', ci parlera' poi lui nei commenti.
qui posto un suo lavoro per l'universita'.
e' frutto di una collaborazione tra studenti e un professore per esplorare la fertile terra di nessuno tra arte, musica e architettura. il risultato e' stupendo, ed estremamente godibile.
partendo da un quadro di El lissitzky e un brano di Lutoslawski lui ha sviluppato un progetto di cui, se vorra', ci parlera' poi lui nei commenti.
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