Monday, 31 March 2008

eesti


sono stato in pochi posti come l'Estonia.
da un lato una natura piacevolmente selvatica e candidamente ostile, dall'altro gli sfregi di un'occupazione che ha lasciato segni di cemento sparsi a caso nella campagna e nello sprito della gente.
la situazione era di quelle che piacciono a me. quella unica e particolare di chi visita un paese straniero non da turista, gomito a gomito con abitanti di sperduti villaggi che accolgono senza timore nel cuore della propria esisitenza e dei proprio ritmi di vita.
mi trovo cosi' a volare su tallinn, a farmi tre ore di autobus pendolare verso sud, raggiungendo tartu, e da li' un'oretta di macchina fino ad alatskivi.
tallinn e' la capitale, 400.000 abitanti all'anagrafe e una stazione ferroviaria con 4 binari spesso deserti.
tartu e' la seconda citta' dell'estonia, 100.000 all'anagrafe.
alatskivi pare ne faccia mille. Ha una pompa di benzina -non un distributore, una pompa-, un negozietto piccolo come una tabaccheria per i generi di prima necessita' e un piccolo e sontuoso castello di fine '800.
sono quaranta minuti di macchina da Tartu, passando foreste, un lago completamente bianco, un numero sparso di casette di legno e lo sguardo di numerosi animali selvatici.
si entra in paese senza capirlo, non ci sono marciapiedi e l'asfalto e' martoriato dalle gomme chiodate. le casette sono ancora sparse in maniera sorprendente. mi aspettavo di trovarle vicine. non so perche'. mi aspettavo di trovarle una addosso all'altra, come un gruppo di marmotte addormentate in una notte di questo inverno. qui e' pieno di marmotte.
invece sono sparse.
mi viene da pensare che ognuno se ne sta per i fatti suoi, isolato, come nel mio perfetto immaginario: le popolazioni nordiche fredde e chiuse in loro stessi.
sicuro non sono mediterranei, ovvio, ma mi sorprendono molte persone intente ad andare da una casa all'altra, solchi nella neve collegano ogni abitazione. e tutte le distanze sembrano avere un senso, una ragione. tempo per pensare. i passi nella neve sono materializzazione della volonta' di vedere qualcuno faccia a faccia, di andare a comprare qualcosa nel negozietto senza tanti fronzoli.
scopro un orgoglio diverso negli occhi delle persone. un orgoglio che fa arrossire il mio. sembra cosi' vanesio a confronto. ci si guarda negli occhi qua. piu' alungo che in italia. lunghissimi secondi in piu' che in italia. e io non distolgo mai lo sguardo. non per sfida, ovvio, ma per curiosita'. fa parte della comunicazione. anche quando karin fa da interprete, io mi trovo a guardare queste persone dritte negli occhi, anche se e' chiaro ad entrambi che non ci stiamo capendo.
fuori dalla finestra ha ricominciato a cadere una neve che non spaventa nessuno.
tutto ha un equilibrio.
tutto tranne i casermoni di cemento.

alatskivi era una delle migliaia di colonie u.r.s.s.
gente da tutta l'estonia, e in realta' da tutta la russia veniva spedita baracca e burattini ad abitare in casermoni di cemento calati dal cielo in mezzo a queste casette di legno. tutti avevano un lavoro, tutti erano uguali. talmente uguali che non importava dove vivessero. essendo tutti uguali...
se qualcosa traspare chiaramente dall'immagine che ho davanti agli occhi mentre temporeggio solo nel viottolo tra i parcheggi, e' che tutto questo non ha fatto bene a nessuno.
-agli estoni, privati dalla lingua e capillarmente invasi per diffusione programmata. violenza pura.
-ai russi, mandati a migliaia di chilometri dalle loro case a vivere in scatole di cemento in mezzo al nulla. e la maggior parte di loro arrivava spesso da un altro paesello in mezzo al nulla se non al calore di familiari o che so io. e i russi sono ancora incazzati neri. dal 1991, si ostinano a parlare russo. non e' un buon segno, 17 anni dopo che l'estonia ha riconquistato la propria indipendenza.
-alla terra, colonizzata con rispetto per secoli e secoli da timide e funzionali casette costruite col legno cresciuto a pochi passi, e poi sfregiata da parallelepipedi di cemento. non uno. quindici.
la violenza del gesto e' chiara anche dentro gli appartamenti.
mi chiedo perche' persone dignitose, operose e ordinate come i genitori di Karin abitino in una casa pulita ma di tanto in tanto con fili a penzoloni dalle pareti.
saggio la parete con le nocche.
tutti i muri interni sono di cemento armato. come i piloni di un ponte. avete mai provato a piantare il chiodo per un quadro dove c'e' la colonna di cemento?
sapete di cosa parlo.
gli appartamenti sono tutti uguali, e cosi' devono restare. i muri non si spostano. e poco importa se piantarci un chiodo e' impresa impossibile.

la casa e' piena di quadri appesi.
alcuni cavi sono penzoloni. e cosi' resteranno.
certe cose, per quanto tu voglia dignitosamente lottarci contro, restano insanabili.

noto di nuovo il diverso orgoglio.
non e' di facciata, non e' una dignita' che passa i weekend a martellare 5 metri di cemento armato per incassare uno stupido cavo elettrico.
e' una dignita' che ha fatto comprare un appezzamento di terreno.
ed e' questo appezzamento di terreno che merita la mia unica foto del viaggio.
per ragguingerlo mi tocca l'ultimo trasferimento verso la profonda estonia. ancora 20 minuti di macchina dentro la foresta.
50 ettari in mezzo alla foresta. 5 piccole casette di legno scrostato. un laghetto e una sauna.
un campo di fragole.
uno di mirtilli.
uno di lamponi.
uno di more.

una cagna senza catena e senza cuccia fa teneramente la guardia a non si sa bene cosa.
si chiama lonni, e ha mille caldissimi anfratti per dormire.
in tutte le casette sono stati iniziati i lavori per metterle a posto, e sono stati bruscamente interrotti dalLa Malattia con cui sta lottando da piu' di un anno Urmas, il babbo di Karin.
buffo, dopo tutto quello che aveva passato per scampare il "volontariato" a cernobyl nell'86.
Martin, uno dei due fratelli di Karin, si sta mettendo a portare avanti i lavori fino a che il babbo non ce la fa. Margus, l'altro fratello, ha preso a cuore la foresta e i campi, e frequenta l'universita' forestale.
La mamma ha vinto tre premi per l'incredibile vino che riesce a produrre da quei frutti di bosco. Al terzo bicchiere 'alcool inizia a farsi sentire.
E intorno foreste e foreste. la strada sterrata si riaffaccia da sotto la neve e il cane ci si sdraia davanti aspettando una carezza sulla pancia.

Qualcuno mi prende la mano.
La donna dei miei sogni mi sorride.
Karin sembra la custode del segreto di quei passi nella neve, di quell'orgoglio e di tutto lo sconfinato candore di quella neve che non teme nessuno.

2 comments:

Filippo said...

dave. sono senza parole. letto d'un fiato. e certamente qualcosa è rimasto.
sai scrivere davvero sai?
sai trasmettere quello che vedi e che senti, una gran qualità che ammiro davvero molto.
rende speciale la normalità.

(hai guadagnato un lettore del blog!)

F

Albie said...

Oggi sono stato in Estonia, ho visto quegli occhi, quella casetta in mezzo al bosco, quel cane .... Stando ,allo stesso tempo , seduto comodamente in uno starbucks a Guadalajara ( Messico) leggendo le tue parole . Bravo Davide, bravo.